Lettera U

Piccolo dizionario paolano - U

U


U u: art. sing. masch. (dal lat. illum, da cui “lu” che anticamente fu l’art. sing. masch. u pàt’ e u fìgl’)
‘U il, lo; anche non
‘U bbàla non vale, non è buono
‘U Chiàn’ Rumàn’ il Piano Romano, toponimo di località montana a nord di Paola
‘U màl’ sìcch’/asciùtt’ orchite (der. di orchi =testicolo, col suff. medico -ite). In medicina, infiammazione del testicolo detta anche didimite, dovuta in genere a infezioni generali varie e, soprattutto, a parotite; si manifesta con ingrossamento e dolore dell’organo, accompagnato
per lo più da arrossamento e tumefazione dello scroto e nelle forme acute spesso da febbre
‘U ‘mmàst’ pallino, boccino (nel gioco con le stracciùle); anche basto, sella
‘U ‘Mpàr’ ‘i Galìa pianoro, piano delle Galèe: toponimo di località di Paola prospicente il Cozzo del Pirro
‘U ‘Mpàr’ ri Grièc’ Piano dei Greci, toponimo di località di Paola
‘U bbò non vuole
‘U ssìa mài non sia mai, che Dio ci guardi
‘U vi? vedi?, lo vedi?
Uagliùn’/guaglion’ ragazzo/a. Traslato per fidanzato/a; anche garzone, aiutante (dal lat. med. baillionem, classico di baiŭlus = portatore) in breve, il balivo era la persona alla quale il signore demandava compiti particolari, quindi aiutante
Uàh esclamazione di meraviglia, di fastidio, di disappunto
Ucchià (dal lat. adoculare, der. di ocŭlus = occhio) vedere, adocchiare
Ucchiàt’ occhiata, sguardo; anche occhiata (pesce)
Udià odiare, aborrire, detestare, disprezzare

Udiènz’/uriènz’ (dal lat. audientia, der. di audire) prestare attenzione, ascolto
Ùgna (dal lat. ùngula che deriva da unguis) unghia; anche un po’, una
briciola
Ugnàta unghiata, graffiatura
Ùjiha/ùjha gonfia, soffia; anche si arrabbia, si adira
Ùj(i)ha màn’ titimalo/titìmalo; anche titimàglio o totomàglio (dal lat. tithymallus
o tithymălon, greco τιϑύμαλλος e τιϑύμαλον), gonfia mano,
erba velenosa; nome delle varie specie di euforbia utilizzate
come paralizzanti per la cattura dei pesci (v. tutumàjiu/titumàlu)
Uj(i)hà/ruj(i)hà (dal lat. sufflare = soffiare) gonfiare, soffiare, tumefare; anche
arrabbiarsi, adirarsi
Uj(i)hàt’ incavolato, arrabbiato, adirato; anche gonfiato, tumefatto; anomalo
rigonfiarsi di una parte del corpo; anche di risposta ad un
consiglio inopportuno o non gradito, espressione simpatica molto
comune (ujihàt’ a ttìa)
Uj(i)hàt’ a ttìja ti piacerebbe, piacerebbe a te
Uj(i)hàturu soffietto per il fuoco, gonfiatore
Ulià (dal lat. ùngere) ungere, oleare
Umbèrt’ Umberto; anche taglio maschile di capelli
Ùmbra/ùmpra ombra, fresco, dove non batte il sole; anche zona buia, non
illuminata
Umbrèll’ ombrello, parapioggia, paracqua
Umbrìa (dal lat. umbra) frescura, ombra, luogo non soleggiato, zona
d’ombra
Umbrùs’ ombreggiato, riparato dal sole; anche cielo coperto; persona
ombrosa, nervosa, diffidente, suscettibile, scontrosa
Umbrià ombreggiare, ovvero il calare della sera, il tramontare del sole,
crepuscolo
Ùmul’ (dal lat. cummis = resina, gomma, un aggettivo che perde la
consonante iniziale, o da mollis) molle, morbido, soffice;
pieghevole; anche umile
Umulià rendere morbido, flessibile, pieghevole (es: mettere ammollo
i fili (rami) di salice (salix alba)
Ferruccio Filippo e G. Mario Minniti
549
Ùmut’/ùmmit’ (lat. humidus dal sost. humor = umidità, acqua, con desonorizzazione
e geminazione della consonante postonica) umido, bagnato
Ùn uno; anche non
Ùn’ mònta la lùna gioco della cavallina. Lo svolgimento è semplice: deciso
dopo una “conta”, il giocatore che farà da “cavallina” (colui che,
restando fermo con le mani poggiate alle ginocchia e la testa in
giù ben coperta da eventuali contatti con i saltatori, assume la
posizione dell’attrezzo ginnico), fungendo come appoggio, attende
i compagni di gioco, che, eseguita una breve corsa, poggiandogli
le mani sulla schiena si danno slancio per scavalcarlo
mediante un salto a gambe divaricate. Per non essere penalizzati
a fare la “cavallina”, i saltatori non devono toccare l’avversario
in nessun altro modo. Ciò che però rende questo gioco caratteristico,
distinguendolo da una qualsiasi prova ginnica, è la
“voce” che ciascun saltatore è tenuto a dare come accompagnamento
al proprio salto. La “voce”, data prettamente in dialetto,
differisce a seconda del turno e descrive in che modo sarà
eseguito il salto. I comandi della ‘cavallina’ possono variare da
zona a zona e anche dalla fantasia e dall’abilità dei giocatori.
Questi i comandi più diffusi:
Uno: monta la luna (salto semplice);
Due: due monta il bue (salto semplice);
Tre: la figlia del re (salto semplice);
Quattro: batti mano (salto semplice e in volobattere le mani)
Cinque: i pugni si danno forte (saltando si colpisce la schiena a
pugni chiusi di chi sta sotto);
Sei: un calcio a volo (saltando si deve colpire a mo’ di colpo di
tacco il sedere di chi sta sotto, chi manca il colpo va sotto);
Sette: tre passi incrociati avanti e tre indietro; (si deve atterrarre
con i piedi incrociati e si devono fare i passi incrociati
avanti e indietro senza toccare nessun giocatore durante
tutta l’operazione);
Otto: fagotto se mi tocchi metti sotto (comando difficile perché
dopo il salto bisogna fermarsi dove si atterra, un piccolo
Ferruccio Filippo e G. Mario Minniti
550
tocco fa sì che si vada sotto);
Nove: andiamo a raccogliere (completamento del turno precedente
in cui ciascun giocatore deve raccogliere con i
denti l’oggetto personale depositato in precedenza);
Dieci: il palo di ferro (scavalcata la “cavallina” il saltatore deve
atterrare dritto, cioè in posizione perfettamente verticale);
Undici: ecc.ecc.
Unèst’ (dal lat. honestus = degno di onore) onesto
Unguènt’ (dal lat. unguenta, plur. neutro di unguentum) rimedio, pomata;
profumo, essenza
Unistità (dal lat. honestas -atis) onestà, antic. onestade
Ùnn’è non è; anche dov’è
Ùnn’è còs’ non è il caso, non è opportuno
Ùnn’è nnènt’ non è niente
Ùnna (dal lat. unda) onda, flutto, cavallone
Unnià ondeggiare, ondulare, oscillare; ancheggiare, sculettare; barcollare,
caracollare, oscillare, traballare, vacillare; dubitare, esitare,
tentennare, tergiversare, titubare
Ùnnic’ undici
Unnivirìm’ non ci vediamo
Unnò negazione forte e risentita
Untà (dal lat. ungere il cui part. passato è unctum = unto. Cfr. lo spagnolo
untar) ungere; sporcare, macchiare; sporcare di grasso
Ùntala ungila; sporcala
Unùr’ (dal lat. honos, honoris) onore
Ùnza (dal lat. uncia) oncia
Uòcch’ (dal lat. classico òculum) occhi; anche marza, gemma d’innesto
Uòcch’ a pampinèdd’occhi socchiusi, da sonno; torpore, sopore, sonnolenza
Uòcch’ ‘i pìsc’ veccia dolce (sativa); si tratta di una pianta invasiva, coltivata
per sovesci e per foraggio e, in passato, anche per alimentazione
umana; un tempo le contadine passavano sistematicamente
Ferruccio Filippo e G. Mario Minniti
551
nei campi di grano e, con delle strette zappettine, la troncavano
sotto la radice
Uòcch’ pizzùt’ letteralmente occhi appuntiti; vista acutissima. Quando, da
ragazzi, si perdeva qualcosa si recitava in continuazione fino al
ritrovamento: “Santa Lucia ccu l’uòcchji pizzùti fàmmi trovà
na cosa pirdùta..”
Uòcch’ sìcch’ malocchio. “L’uòcchie sìcche sù pègg’ rì sc_scuppettàte” dal
punto di vista letterale significa “il malocchio è peggio dei colpi
di fucili” ed in taluni casi viene aggiunto a fine espressione “’i
nòtt’” (durante la notte), quasi a voler enfatizzare la gravità di
quanto può accadere, in quanto è risaputo come di notte tutto
sembra più tragico. Tale locuzione tende ad esprimere la malasorte
che può verificarsi in conseguenza dell’invidia di qualcuno
il quale, in maniera inconsapevole o no, condiziona l’agire di
qualcun altro
Uògl’ (dal lat. oleum) olio
Uòmin’ (dal lat. homines) uomo, maschio
Uòmmu (dal lat. hŏmo hŏmĭnis) uomo
Uòrch’ (dal lat. Orcus, altro nome del dio degli inferi) orco, mostro
Uòriu (dal lat. hordeum) orzo
Uòrru Orre (dal greco òrneon = uccello di rapina) poiana; più probabile
dal lat. volg. òrulus, diminuitivo del class. òra = orlo, margine,
limite estremo, precipizio. Località montana a quota 615 metri
s.l.m. a est di Paola; ‘u ‘mpàr’ ‘i l’Uòrr’= pianoro, un tempo
coltivato
Uòrt’ (dal lat. hortus) orto, giardino
Uòrv’ (dal lat. orbus = privo) orbo, cieco
Uòsim’ (dal greco osmòs = odore, osmè = fiuto, per anaptissi si ha osemo
che per metafonia passa ad uósemo) fiuto, odorato; anche sesto
senso, presentimento. Approfodimento. La parola “uòsimo”, usata
a Paola, significa “fiuto del cane”. Essa come tantissime altre
parole è un’eredità della lingua greca, che più a lungo si è
parlata nell’Italia bizantina ed è originata da “osmé” o “osmòs”
(odore), parole collegate al verbo “osmao” (odoro, fiuto), a loro
Ferruccio Filippo e G. Mario Minniti
552
volta derivate rispettivamente da “odmè” (odore) e “ozo” (mando
odore, esalo), corrispondenti ai vocaboli latini -“odor”
(odore) e “oleo” (olezzo).
Uòss’ (dal lat. os, ossis) osso; anche nocciolo della frutta
Uòtt’ otto
Uòv’ (dal lat. ovum) uovo
Uòv’ àlip’ uovo deposto molle, senza guscio
Uòv’ alipùs’ uovo molle
Uòv’ ‘i gàdd’ uovo fecondato
Uòv’/òv’ ‘i Pàsca uova di Pasqua; per traslato persona grassottella, dai lineamenti
arrotondati e/o dalla testa pelata. Curiosità. Il modo di
dire: “testa d’uovo” nacque in America nel 1952 per ironizzare
sul candidato presidenziale Adlai Stevenson, accusato di astrattezza
e calvo come un uovo. Le uova rappresentano la Pasqua
nel mondo intero: le uova sode troneggiano sui cannilier’ pasquali.
Infatti già al tempo del paganesimo in alcune credenze, il
Cielo e la Terra erano ritenuti due metà dello stesso uovo, e le
uova erano il simbolo del ritorno della vita. L’uovo era visto altresì
come simbolo di fertilità e della magia di una nuova vita.
Le uova colorate rappresentavano i colori della primavera e la
luce del sole. Con l’avvento del Cristianesimo divennero simbolo
della rinascita non della natura ma dell’uomo stesso, della resurrezione
del Cristo: come un pulcino esce dell’uovo, Cristo
uscì vivo dalla sua tomba. L’usanza cristiana dell’uovo di
Pasqua è iniziata in Mesopotamia, dove le uova venivano colorate
di rosso in ricordo del sangue di Cristo, versato alla sua
crocifissione
Uòv’ sciàcq’ uovo non fecondato
Upirà (dal lat. operari = fare, operare) operare, intervento chirurgico
Ùra (dal lat. hora, greco óra) ora, adesso
Ùrcira (dal lat. ulcus, ulceris = piaga) ulcera, lesione della pelle o di un
tessuto epiteliale, a lenta, difficoltosa o assente cicatrizzazione
Urciùol’ (dal lat. urcèolus) boccale, orciolo, recipiente per contenere
vino, olio, ecc.
Ferruccio Filippo e G. Mario Minniti
553
Urdinàriu (dal lat. ordinarius = ordinario) rozzo, dozzinale. Anche l’it. “ordinario”
assume una valenza dispregiativa estendendo il significato
a “solito”, “comune”, “consueto”
Ùrl’ orlo, bordo; orlo del pane; nel gergo malavitoso pane; anche
urlo
Ùrm’ (dal lat. ulmus) olmo. La locuzione “fa a l’ùrmu” o “mannà a
l’ùrmu” = a bocca asciutta, lasciare un giocatore di “patrùn’ e
sùtt’” o passatella all’asciutto, negargli la bevuta; anche quando
una persona resta senza premio durante una competizione.
Tale espressione viene variamente spiegata.
1)Per comprenderne appieno la genesi, bisogna tenere presente
un’antica consuetudine presente nell’agricoltura di alcune
regioni: utilizzare gli olmi come sostegno delle viti. Ci piace
qui ricordare un passo (Libro I, verso 2) delle “Georgiche” di
Virgilio: ulmisque adiungere vites = e maritare le viti agli olmi.
Il significato letterale dell’espressione, pertanto, è questo:
“piuttosto che a te, il vino vada all’olmo che ha retto la vite”.
2)L’uso di tale espressione risale al medioevo quando nel
periodo estivo i grandi mercati e fiere si facevano nelle piazze
dove c’erano di frequente grandi alberi di olmi dalle ampie
chiome; acquirenti e compratori si mettevano all’ombra per
definire il contratto e alla fine brindavano allegramente con del
buon vino, ma non tutti riuscivano a vendere la propria mercanzia
e così molti restavano sotto gli olmi in attesa di chiudere
un contratto, cioè a bocca asciutta, sperando che almeno un
cliente potesse acquistare i prodotti e quindi brindare per colmare
l’arsura della calura estiva. Questa espressione successivamente
venne utilizzata molto nel gioco del “padrone e sotto”
nelle bettole, dove tanti uscivano ubriachi e tanti restavano “a
ll’ùrmu” (senza aver bevuto un bic chiere di vino). Modi
di dire: “Lassà a l’urmu”: lasciare a bocca asciutta, escludere da qualcosa
(vino, cibo) o “rimanì a l’ùrmu”: rimanere a bocca asciutta,
rimanere escluso;
3) potrebbe derivare dal verbo greco ormao = lascio fermo, fuori
gioco, ormeggio, oppure da ormè = legame; desiderio.
Ferruccio Filippo e G. Mario Minniti
554
L’espressione greca parastesai ormè = indurre il desiderio, ossia
lassà all’ùrm’
Ùrs’ (dal lat. ursus) orso; anche persona solitaria e taciturna
Ùrtim/urtimièdd’ ultimo, estremo, alla fine; distante
Urtulàn’ (dal lat. tardo hortulanus) ortolano, colui che coltiva ortaggi
Urzàt’ orzata, sciroppo di colore bianco lattiginoso ottenuto da mandorle
dolci; (l’urzàta) si poteva fare in casa pestando i noccioli,
l’òss’ ‘i spèrg, perché erano dolci come le mandorle: si faceva
‘na pappatèdda (miscuglio denso e colloso) che poi si lasciava
in infusione nell’acqua
Usànza consuetudine, usanza
Ùsc_sca (dal lat. ustulàre o ùrere = bruciare: per gli effetti che il sale
ha sulle coltivazioni) soffio di vento dal mare pregno di gocce
d’acqua salata; brucia, picca, pizzica; arde, ustiona
Usc_schènt’ piccante, bruciante, rovente
Ùsc_sc’- ùsc_sc’ verso per allontanare il maiale
Uscì pàzz’ diventare pazzo, scemo
Usuràr’ (dal lat. usura) usuraio
Ùta (dal lat. lutum = loto, fango) Luta, toponimo di località montana
a sud/est di Paola
Ùtr’ (dal lat. ŭter ŭtris: recipiente fatto di pelle di capra conciata e
cucita, usato fino agli anni ‘60 per contenere e trasportare liquidi,
soprattutto vino e olio) otre, ghirba, otre di pelle
Uttuòbr’ (dal lat. octōbĕr) ottobre
Ùva pàssula uva passita, passa
Uvì dduòcch’ eccolo là, vicino a te
Uziùs’ ozioso, inattivo, inoperoso