Lettera Z

Piccolo dizionario paolano - Z

Z

Zà/zù/zì apocope di zia-zio-zii usata davanti al nome (zà Cuncètta)
Zaccàgn’ nel gergo malavitoso coltello: è un coltello che simboleggia la ‘ndrangheta
Zaccagnàt’ coltellata; anche riempito di botte, malmenato; acciaccato
Zàccan’ (dall’arabo sahr hagar/sakan = pietra, casa) recinto per le bestie, ovile; anche spazio delimitato adibito alla raccolta delle pietre, mucchio di sassi. Curiosità. “… Quasi bello come quello del
suo compagno che aveva le parole precise per tutto: per i secchi di legno che chiamava jischi, per il trogolo che chiamava scifo, per la pietra sulla quale il pastore siede per mungere le capre, per la pertica e per la capannuccia di frasche e per le grotte dentro le quali stanno le bestie, d’inverno. Per tutte queste cose quel ragazzo usava parole che solo i pastori sapevano usare. Ora non esistono più neanche quelle parole. Morte sono… Ci mettevamo sassolini nello zàccano, o stàzzo oppure ovile chiamalo
come vuoi. Dei sassolini bruni e …” Da “Il sevaggio di Santa Venere” di S. Strati
Zàddar’ straccio, cencio, pezza,
Zaddarùs’ cencioso, sporco, vestito di brandelli
Zafaràn’ (dall’arabo za’ faran = di colore rosso) peperone rosso, polvere di peperoncino
Zafaràna zafferano. Approfondimento. Il termine zafferano deriva dall’arabo za῾ farān da cui i termini italiani “zaffo” = tappo, tampone e “zaffata” = improvvisa ondata o getto dall’odore penetrante;
è una spezia tanto profumata quanto affascinante: conosciuta come “oro rosso” o “re delle spezie” per la sua preziosità, il fiore del crocus sativus da cui si estrae questa spezia ha tre soli stimmi interni di colore rosso acceso che una volta essiccati diventano lo zafferano che si adopera. Per ottenerne 1 kg. occorrono
circa duecentomila fiori e la riproduzione della pianta avviene solo per clonazione separando i bulbi principali da quelli secondari
Zagàglia (dal lat. jugàlia = legami o dall’arabo zagaia = asta con nastro) fettuccia, nastro, legaccio. Secondo il Rholfs e il Devoto deriva dall’arabo zahar = fiore d’arancio
Zàgara (dall’arabo zahr, zahar = fiore d’arancio) fiore d’arancio: in generale tutti i profumi o gli aromi tipici degli agrumi e della flora mediterranea
Zagarèdda (dall’arabo sakarada) piccolo nastro, fettuccia; anche fazzoletto al collo
Zagarògna/pìgula (probabilmente dall’arabo safhara = giallognolo, per accostamento del colore degli occhi o dal greco zagaruona, voce composta da za = molto e garuona = lamento, lamentosa) uccello dal luttuoso singulto; gufo, civetta; anche donna brutta nell’aspetto e nei modi; meretrice
Zàinu (dal longobardo zaina = canestro) zaino, con metatesi
Zampagliùn’ moscerino fastidioso che si attacca alla pelle sudata ed in modo particolare su tutte le cose di colore giallo; anche zanzara
Zampà calpestare, pigiare
Zàmpar’ villano, cafone, rozzo; dallo spagn. zamarro (zotico) + tàmmaru = tamarro
Zampià pestare, pigiare, calpestare
Zamprùn’ zotico, villano
Zampùgn’ (dal greco symphonía, lat. symphonia = accordo, concerto) zampogna, piva, ciaramella; nel gergo malavitoso ombrello
Zampugnàr’ suonatore di zampogna; zampognaro, zotico, montanaro, rozzo
Zampunià calpestare, pestare, schiacciare
Zànca/zànga fango, melma. Da “fango” + “zàcchera” (schizzo), voci italiane derivate rispettivamente dal gotico (fani) e dal longobardo (zahar). Derivati zanghijà e zanghitijà (camminare nel fango dei
bambini: quasi compiacersi a muoversi nel fango)

Zancàr’ luogo limaccioso, melmoso, fangoso (impraticabile)
Zanzanià molestare, disturbare, provocare, stuzzicare
Zapòpa nelle favole zia Pupa o zio Pupo; anche zia Anca, donna sgraziata,
goffa, dalla provocatoria andatura dondolante, per mettere
in mostra le voluminose natiche (‘na vòt’ c’era Zapòpa ca
cacàv’ sùtt’ ‘na vòt’, sùtt’ ‘a vòt’ nu cci capìa e cacàv’ ‘ncuòdd’
a ttìa); anche nome dato a persona paragonabile ad un fantoccio
agghindato e senza anima
Zàppa zappa, attrezzo agricolo manuale per lavorare la terra costituito
da una robusta lama in ferro quadrata, trapezoidale o triangolare;
anche zappa da calce che veniva usata per impastare la calce
spenta in zolle per miscelarla con gli inerti (sabbia)
Zappà (dal lat. popol. sappa, di etimo ignoto) zappare, dissodare, rivoltare
Zappatùr’ contadino, agricoltore, coltivatore; zappatore, zappaterra
Zappulià sarchiare, zappettare, diserbare
Zappùn’ par’ zappa da scavo (v. zàppa)
Zappùn’ zinnùt’ zappa a due o più punte (denti)
Zappunàt’ zappata, vangata; anche colpo di zappa
Zarìcch’/Scàrp’ purcìn’ sandali artigianali, calzaretti; calzature fatte con
pelle di pecora o di maiale, indossate da pastori o contadini, realizzate
anche con pezzi di vecchi copertoni di automobile piega -
ti e legati nella parte superiore del piede
Zàzzara (dal longobardo zazera) zazzera, capigliatura
lunga, scomposta, disordinata
Ziarèdda nome affettuoso dato alla zia o anche alle donne anziane
Zicàrr’ (dallo spagn. cigarro o da una voce indigena dell’America Centr.
zizar, della lingua maya, che significa “fumare”) sigaro, avana
Zìcca/zìcch’ (dall’arabo sikka = conio) zecca; acaro parassita, zecca; anche
persona appiccicosa e seccante, pittima, attaccabottoni.
Approfondimento. ‘A zìcca ha due significati assai diversi tra
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loro: il primo, dal longobardo zëkka = pungente, indica l’acaro/
aracnide; il secondo, dall’arabo sikkah (da cui il latino sicla)
significa conio, stampo per battere moneta. Siclo era anche u’antica
moneta ebraica. La differenza delle monete si basa sul loro
peso: ce lo conferma, ad esempio, il fatto che lira e libbra
provengono dalla stessa radice latina, libra, cioè ‘bilancia’, che
non a caso è il simbolo della giustizia e dell’equilibrio tra le cose
Zicchiddùs’ avaro, meschino
Zicchijètt’ schicchera: rumore secco che si produce comprimendo il medio
o l’indice di una mano contro il pollice e forzandoli di scatto in
direzione opposte; colpo fulmineo e violento, colpo dato
scoccando un dito; anche gioco con le biglie di vetro o con i
noccioli delle “spèrg’” (ppi ‘nu zicchijètt’ = per un pelo)
Zicchinèdd’ gioco d’azzardo un tempo molto popolare, il cui nome deriva
dai “lanzicanecchi” che lo introdussero in Italia nel XVI sec.
Curiosità. La zecchinetta si gioca con un mazzo da 40 carte.
Prima del gioco, il banco (ovvero il mazziere ) comincia con una
puntata in denaro e stabilisce limiti minimi e massimi della puntata.
Mischia le carte e ne mette due (o una) al centro del tavolo,
scoperte. Su questi numeri i giocatori faranno le proprie puntate.
Poi il banco prende per sé una terza carta e la mette scoperta
alla sua sinistra.
1. Si procede in senso orario o antiorario, a seconda delle abitudini
locali, e ogni giocatore Si procede in senso orario o antiorario,
a seconda delle abitudini locali, e ogni giocatore punta
la sua cifra. Si può puntare finché non viene raggiunta la cifra
massima: nel caso in cui si raggiunga prima della conclusione
del giro, i giocatori rimanenti sono esclusi. Se un giocatore
solo decide di sfidare il banco (e punta l’intera posta massima
da solo), deve dire “banco!” ed esclude tutti gli altri.
2. Una volta ottenuta la somma delle puntate, il banco pesca una
quarta carta. La mette alla sua destra.
-Se la carta è uguale ad uno dei numeri sui quali i giocatori
hanno fatto le proprie puntate, allora il banchiere vince in
automatico tutte le puntate su quel numero.
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-Se la carta è uguale al numero del banco, allora il banco dovrà
pagare l’equivalente delle puntate e dovrà passare il proprio
ruolo di banco al giocatore alla sua destra.
-Se la carta è diversa, si mette al centro e i giocatori potranno
fare puntate anche sulla terza carta.
3. Si prosegue aggiungendo nuove carte su cui puntare finché non
appare una carta che fa vincere il banco o i giocatori.
Zicchinèdda un poco (m’à dàt’ ‘na zicchinèdda ‘i gilàt’, ‘u mm’è arrivàt’
mànch’ ‘ncànn’);
Zìccu-zìccu/zìcu-zìcu appena-appena, poco-poco; accostati, vicino-vicino
Ziccùs’ avaro, spilorcio
Ziddicà (dal lat. parlato titillicare) solleticare
Ziddichìa solletica
Ziddùs’ permaloso, tignoso, scorbutico
Zièrtu/zèrtu/cièrtu/cèrtu certo; alcuni
Zifùn’/zufùn’ (dal lat. sipho-nis) sifone; pompa; zampillo; per traslato vortice;
tromba d’aria (cùr’ ‘i zifùn’)
Zilànca terra franata e impregnata d'acqua
Zilà (dal greco tilos = escrementi) diarrea, defecazione eccessivamente
liquida per effetto della diarrea; schizzare; in senso fig.
essere molto contento, essere pieno di gioia, sciogliersi per
la contentezza
Zilarèdd’ diarrea, dissenteria, cacarella
Zilàt’ sporco di diarrea, schizzato; anche fuoruscita di liquido da un
piccolo orifizio
Zimàrra (dallo spag. zimarra = rozzo mantello dei contadini) cappotto,
pastrano, soprabito
Zimeca (zimei) (dal greco ζημια=danno) lite, questione cavillosa, ma è corruzione
del maschile plurale zimei, danni, guai (‘u allarmà
zimeche! = non fare questioni)
Zìmma (dal germanico zimmer = camera) porcile
Zimmàcchiu stalla, ovile di pecore e capre
Zìmmar’ (dal greco zimáros o chimmàros = capro) becco, caprone; anche
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sporco, uomo trasandato, con barba e capelli lunghi
Zìngaru (adattamento italiano di uno dei nomi, Atsigan e più tardi Tsigan,
dati agli zingari per adattamento del greco mediev. athínganos,
popol. atsínganos, propr. “intoccabile”) zingaro, girovago
Zìnna (dal germ. zinna = punta) punta, estremità, angolo, sporgenza;
anche strizza l’occhio, fa un cenno
Zinnà (dal tardo lat. cinnare = ammiccare, da cinnus = cenno, ammicco)
ammiccare, accennare, cennare, strizzare l’occhio, fare l’occhiolino
Zinnià far cenni di intesa, strizzare l’occhio
Zinzùl’ (dal franc. ant. cinces = sottili, snelli) straccio, cencio, brandello,
pezza
Zinzulàr’ rigattiere, cenciaiolo, straccivendolo
Zinzulià sparpagliare, stracciare, spargere; anche trattare male una persona,
offendere, sopraffare
Zinzulùs’ straccione, cencioso, persona coperta di stracci, trasandato
Zì Pitrùzz’ (dal lat. petrùceus, diminuitivo di Petrus = Pietro) toponimo di
località; ruscello, torrente e a sud-est di Paola
Zipiùn’ zio Beone; anche soprannome. Rinomata cantina di Paola, zona
Castello, di Eugenio Caruso (Gènio Zipiùn’) situata sùpa ‘u
pònt’ ra Rùp’, ora chiusa
Zìppa/cavìglia/pirùn’/spinaròla (dal longob. zippel, = estremità appuntita)
zeppa, cuneo di legno; anche zipolo. Per saperne di più: (da WP)
Lo zipolo è un bastoncino di legno con un’estremità leggermente
appuntita. È usato specialmente per otturare il foro di spillatura
delle botti. Il termine è di origine longobarda e deriva dalla voce
antica zippel e dalla sua successiva italianizzazione zippa, che
significa estremità appuntita oppure cuneo
Zìppul’ frittelle di carne di maiale o di farina gialla, zeppole dolce di San
Giuseppe; anche balbuzia
Ziràcchiu/chìchero (dall’arabo zeraic = misura di un palmo) distanza tra pollice
e indice
Zìrra ira, stizza, rabbia
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Zirrià (dal lat. gyro-gÿras) girare intorno; anche istigare
Zirrùs’ irascibile, iroso, litigioso, attaccabrighe
Zìtu/zìta (voce di origine dialettale) fidanzato, sposo, ragazzo; dall’aggett.
ital. “citto” (forse riduzione fanciullesca di “piccitto”, affine a
piccino, piccolo, fanciullo)
Zitèdda zitella, nubile; anche arpia, bisbetica, isterica
Zìti pasta di forma allungata, di circa 25 cm, tubulare e cava. Gli
“ziti” anticamente si chiamavano “zite” perché venivano preparati
in occasione dei pranzi di nozze dalle donne che uscivano
dal ruolo di “zitelle”; sono di superficie liscia come i bucatini,
ma di diametro maggiore e nascono come pasta lunga, ma la
tradizione culinaria dell’Italia meridionale vuole che prima di
cuocerli li si spezzi a mano
Zìu (dal greco thêios, lat. tardo thius = zio) zio
Zizì zio/a
Zìzza (dal longobardo zizza, lat. titta = capezzolo) mammella; anche
voce infantile di “carne”
Zòccola topo di fogna; anche prostituta, donna di malaffare. Dal lat. volgare
sòrcula (dim. di sorex = sorcio) incrociato con “zoccolo”
avente senso dispregiativo. Curiosità: Per capire l’origine di
questo termine come insulto, è necessario fare un salto indietro
nel tempo, fino al periodo dei Borbone a Napoli. Durante il Settecento,
le nobildonne napoletane camminavano per le strade
della città con alti zoccoli per evitare che i lunghi abiti si sporcassero.
Il rumore prodotto da questi zoccoli attirava l’attenzione
dei passanti. Le prostitute, desiderose di attirare nuovi clienti,
iniziarono ad adottare questa moda. Camminando per i vicoli
dei Quartieri Spagnoli, i loro zoccoli risaltavano visivamente e
acusticamente, rendendole note come le “zucculelle”. Da qui a
far diventare “zoccola” un termine per descrivere le donne di
facili costumi, il passo fu breve (da internet).
Zòmma/zòmmara grossa; ciocco, ceppo (càpa ‘i zòmmara = testa grossa).
Con il termine “zòmmaro” venivano indicati i cavatori della
radica, la radice dell’erica per la fabbricazione delle pipe
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Zòppa (dal lat. cloppus, alterato forse per incrocio con zanca) zoppa,
claudicante, malferma, traballante
Zòrva/zòriva niente, nulla, inezia, minchioneria
Zù apocope di zio usata davanti al nome: si dava a tutte le persone
più anziane (zù Sànt’)
Zù/zì Pèpp’ vaso da notte. Si narra un aneddoto che giustifica il suo soprannome
e che riguarda l’amato Re Ferdinando IV di Borbone, poi
Ferdinando I delle Due Sicilie. Divenuto re a soli 9 anni, pare
che … ancora bambino … ricevesse i suoi sudditi facendosi
trovare seduto sul cantero; non solo … pare che questa “usanza”
l’abbia conservata anche in età adulta. E si racconta che suo
cognato, il fratello della moglie Carolina, il futuro imperatore
Giuseppe d’Asburgo, gli regalò tra i doni di nozze un lussuoso
cantero racchiuso in una raffinata colonnetta di legno.
Ferdinando accettò a denti stretti il dono, ma per tutta ripicca
soprannominò l’oggetto “Zi Peppe” (ricordiamoci che Ferdinando
fu il primo Borbone nato a Napoli, per cui parlava napoletano);
da allora in poi … il secondo nome del cantero fu
appunto “Zi Peppe”!
Zuàv’ (dal nome arabo-berbero zwāwa di una tribù di Cabili, attraverso
il franc. zouave) pantalone a sbuffo, pantalone usato dai militari
zuavi
Zubbìbb’ (dall’arabo zabīb = uvetta o uva passita) uva Zibibbo o Moscato
d’Alessandria; vino dolce
Zùccaru/zùccuru (dall’arabo sukkar, voce indiana da cui anche il greco sákkharon)
zucchero
Zulù (dal bantu umuzulu, pl. amazulu; la pron. żulù, pur essendo molto
diffusa, è meno corretta e riproduce il franc. zoulou) rozzo,
sgarbato
Zùmp’ (dal lat. saltus -us, der. di salire = saltare, dan-zare) salto, balzo,
guizzo, sbalzo
Zumpà saltare. Da “zampa” + un lat. jumpare; per altri l’origine è onomatopeica;
cfr. l’inglese to jump = saltare
Zumpafìlic’ piccoli salti; anche pantaloni corti di gamba
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Zumpafuòss’ salta fosso; anche pantaloni corti di gamba. Quazùn’ a zumpafuòss’
= calzoni a mezza gamba
Zumparièdd’ saltarello del torchio meccanico; secondo un manoscritto del
dott. Nicolini era un “modo di camminare saltellando tipico degli
abitanti ‘i sùp’ ‘a Mòtt’, dovuto al fatto del loro andare in
montagna”; anche soprannome paolano
Zumpittìa saltella
Zumpittià saltellare con un piede
Zuoccùl’ (dal lat. soccolus dim. di soccus = sandalo) zoccolo/i
Zuocculùn’ grande zoccola o zoccolo
Zuòpp’ (da “zoppo” lat. cloppus forse incrociato con zanca) zoppo,
sciancato; difettoso, incompleto, imperfetto. Ipotesi dell’autore:
potrebbe derivare da Ciotto, che nel Medioevo era sinonimo di
zoppo, sciancato: Giovanni Malatèsta era detto Gianciotto
(Giovanni+ciotto, cioè sciancato) perché zoppo. Approfondimento.
Gianciotto Malatesta, fratello di Paolo Malatesta e
marito di Francesca da Polenta, secondo le cronache del tempo
era un uomo brutto e deforme. Scoperta la relazione fra la
moglie e il fratello, li avrebbe uccisi entrambi, fatto però la cui
unica fonte conosciuta è quella dantesca (Inf., V, 127 s.s.)
Zuoppichìa zoppica, cammina zoppicando
Zuparièdd’ erba infestante, zigolo
Zuppèra zuppiera, insalatiera, terrina
Zùrfa/sùrfa (dal lat. sulphur) zolfo
Zùrr’ (dall’arabo zir) contenitore per il trasporto del latte o dell’olio
per la distribuzione porta a porta
Zuzzùn’ sudicio, sporco; in senso figurato persona poco corretta